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L’INSIGNIFICANZA DEL CALCIO MODERNO

Chiedo realmente scusa a tutti i lettori per questo piccolo sfogo estivo.

Sarà che fuori ci sono duemila gradi all’ombra e anche le pietre immerse nell’acqua chiedono pietà per il calore. Sarà che, forse, vado avanti con gli anni anch’io e divento sempre più indisponente. Oppure sarà semplicemente che il mondo del calcio intorno a me è talmente cambiato che quasi faccio fatica a riconoscerlo. E, soprattutto, a riconoscermi nel modo in cui lo amo. O almeno, nel modo in cui lo amavo una volta.

Vedete, per chi, come me, è stato bambino o ragazzo negli anni ’90, l’estate era un momento di vera attesa. Di spasmodica attesa.

Le maglie della stagione che stava per iniziare non venivano presentate alla fine della stagione precedente. Le vedevi per la prima volta in amichevole, d’estate.

Le squadre facevano i ritiri in montagna, non nei moderni centri sportivi per poi volare dall’altra parte del mondo a giocare improbabili e, permettetemi, INUTILI amichevoli estive tra big europee.

Si giocava contro le rappresentative locali. Si metteva benzina nel motore, si riprovavano gli schemi, si stava insieme, si faceva gruppo e ci si preparava sul serio.

Poi iniziavano le amichevoli un po’ più importanti, arrivava qualche squadra straniera, c’erano il Birra Moretti, il Trofeo TIM, tornei che meriterebbero un articolo tutto loro.

E sapevi che l’estate era davvero finita quando a San Siro si giocava il Trofeo Berlusconi.

La leggenda voleva che chi vincesse il Berlusconi non vincesse poi il campionato.

Il calciomercato era vero. Con colpi veri, importanti.

Non si comprava per comprare. I procuratori non la facevano da padroni e ogni acquisto veniva studiato e, quando possibile, visionato dal vivo per mesi. Non si delegava tutto agli algoritmi.

Si guardava la tecnica di base, l’apporto alla squadra, le caratteristiche tattiche, ma soprattutto l’uomo.

L’uomo veniva pesato, attenzionato, studiato.

E se non era ritenuto adatto al contesto della squadra, semplicemente non veniva acquistato.

Gli stranieri non venivano presi perché costavano meno o perché rappresentavano un’opportunità di mercato. Qui arrivavano i veri campioni.

Se non giocavi in Serie A negli anni ’90, o era una scelta tua oppure, molto probabilmente, non eri abbastanza forte.

Le estati, almeno a livello calcistico, sapevano veramente di estate.

Oggi, sarà che sono diventato un brontolone, sarà che con gli anni si perde inevitabilmente un po’ di quella capacità di meravigliarsi, ma nulla riesce più ad accendere quella passione che un tempo era il motore trainante di questo sport che amo così tanto.

Eppure basterebbe così poco.

Basterebbe tornare a vivere il calcio come qualcosa da aspettare, da assaporare, da scoprire. Qualcosa che non sia sempre disponibile, sempre esposto, sempre raccontato, sempre venduto.

Ma il vile denaro ormai fa da padrone.

E niente e nessuno potrà riportare indietro il tempo, come diceva Pezzali.

Nemmeno noi.

Nostalgia canaglia.

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