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Chi…mi spiega la Serie A? | 05 – Alvini, vidi, vici!

Il Frosinone ha battuto il Como 2-0 e, dopo cinque giornate, si ritrova a quota 10 punti insieme proprio alla squadra lariana; Calò nel primo tempo e Kvernadze all’inizio della ripresa hanno costruito una vittoria che, guardando soltanto il risultato, potrebbe sembrare più semplice di quella che è stata.

Il Como ha avuto le sue occasioni, ha costretto Palmisani a una serie di interventi importanti e per larghi tratti della partita ha provato a fare quello che normalmente ci aspetteremmo da una squadra costruita per comandare il gioco. Il Frosinone, però, ha resistito senza rinunciare alla propria natura, ha saputo colpire e soprattutto ha dato un’altra dimostrazione di quanto sia riconoscibile il calcio di Massimiliano Alvini. Il risultato dello Stirpe racconta, quindi, qualcosa di più interessante: il modo in cui il Frosinone ha affrontato una squadra che, almeno sulla carta, sembrava avere più qualità e più soluzioni.

Per capire meglio quello che sta succedendo a Frosinone, però, bisogna fare un piccolo passo indietro e guardare il percorso di chi quella squadra la sta allenando. Alvini arriva alla Serie A dopo una gavetta che sembra quasi appartenere a un altro calcio: Signa, Quarrata, Tuttocuoio, Pistoiese, Albinoleffe, Reggiana, Perugia, Cremonese, Spezia, Cosenza e infine Frosinone. Con il Tuttocuoio ha accompagnato una società dalla Promozione fino al professionismo, con la Reggiana ha conquistato la Serie B e negli anni ha costruito, categoria dopo categoria, la propria idea di allenatore. Nel 2026 ha completato il percorso riportando il Frosinone in Serie A, dopo aver già vissuto la massima categoria con la Cremonese. È una carriera fatta di promozioni, qualche caduta e tantissimo studio, nella quale il calcio non è mai stato soltanto il lavoro della domenica.

Ed è proprio lo studio, forse, una delle parole che aiutano maggiormente a comprendere Alvini. Già ai tempi del Tuttocuoio era famoso per preparare le partite in maniera quasi maniacale, studiando gli avversari nei minimi dettagli e cercando di trasformare quelle informazioni in comportamenti riconoscibili sul campo. A Coverciano aveva addirittura presentato una tesi dedicata al modo di affrontare il Napoli di Maurizio Sarri, mentre negli anni ha raccontato di guardare con attenzione anche modelli come Bayern Monaco e Paris Saint-Germain.

La sua idea, infatti, è molto chiara: una squadra deve avere uno stile riconoscibile, deve giocare con coraggio e non deve vivere la partita aspettando semplicemente quello che farà l’avversario. Il suo Frosinone parte così da un 4-3-3 che non vuole essere soltanto un disegno sulla lavagna, ma una dichiarazione di intenti: Alvini parla di un calcio verticale e dinamico, nel quale i terzini possono accentrarsi, i difensori devono essere pronti a giocare l’uno contro uno e la squadra deve avere il coraggio di andare in avanti invece di abbassarsi e aspettare.

La pressione non è quindi un esercizio fine a sé stesso, così come il possesso non è necessariamente l’obiettivo: quello che conta è riuscire a portare la partita in una zona nella quale il Frosinone possa sfruttare le proprie caratteristiche. Quando recupera il pallone, la squadra prova a verticalizzare rapidamente; quando deve difendere, cerca di farlo in avanti, accorciando le distanze e togliendo tempo all’avversario. È un calcio nel quale l’ordine non significa immobilità e l’intensità non significa correre senza una direzione.

E domenica, contro il Como, quella filosofia ha incontrato una squadra che rappresentava quasi il test perfetto. Fabregas, alla vigilia, aveva definito la trasferta di Frosinone “una delle cinque partite più difficili del campionato”, spiegando di vedere nei giallazzurri una squadra capace di dare tutto l’una per l’altra e aggiungendo che al Como sarebbe servita la partita perfetta. Non era una preoccupazione di facciata: il tecnico spagnolo aveva riconosciuto la fiducia e l’organizzazione che il Frosinone aveva mostrato nelle prime giornate.

Alvini ha risposto a quelle preoccupazioni senza preparare una partita completamente diversa da quelle precedenti. Il Frosinone ha accettato di confrontarsi con il Como sul terreno dei duelli, della pressione e delle transizioni, sapendo però che in alcuni momenti avrebbe dovuto soffrire. Il risultato è stato particolare: il Como ha avuto occasioni e ha costretto Palmisani a diventare uno dei protagonisti della partita, ma il Frosinone è riuscito a trasformare le proprie situazioni favorevoli in gol e a mantenere la gara dentro il proprio piano. Non ha vinto impedendo al Como di giocare, ha vinto facendo in modo che il Como non potesse giocare sempre alle proprie condizioni.

Dentro questo meccanismo, Calò e Kvernadze rappresentano due facce molto interessanti del Frosinone di Alvini. Calò è il giocatore che dà ordine alla costruzione, quello che può ricevere, orientare e dare ritmo alla manovra, ma domenica ha aggiunto alla sua partita anche la cosa che nel calcio rende immediatamente memorabile una buona prestazione: il gol che ha aperto la gara.

Non è casuale che Alvini avesse voluto nuovamente lavorare con lui dopo l’esperienza di Cosenza: il centrocampista rappresenta quel tipo di regista che permette alla squadra di dare continuità alla propria idea anche quando la pressione dell’avversario aumenta. Kvernadze, dall’altra parte, rappresenta la componente più verticale e imprevedibile, quella capacità di attaccare spazio e avversario che permette al sistema di non diventare soltanto una struttura di possesso e pressione. Il suo 2-0 ha dato concretezza a un’altra delle caratteristiche che Alvini chiede ai suoi esterni: trasformare rapidamente il recupero e la progressione in una minaccia per la porta.

E poi c’è Alvini, la persona, che personalmente ho imparato ad apprezzare già ai tempi di Cosenza: mi aveva colpito per il modo di stare in panchina, per quella partecipazione quasi fisica alla partita, ma soprattutto per il modo di parlare di calcio: appassionato senza essere banale, diretto senza cercare la frase a effetto, sempre pronto a spiegare il perché delle proprie scelte. È un allenatore che sembra vivere il calcio con una curiosità rimasta intatta, quella di chi continua a studiare anche quando avrebbe già abbastanza esperienza per smettere di farlo; dopo essere partito dai campi di provincia e aver impiegato una vita per arrivare in Serie A, non sembra avere perso nulla della persona che era quando quella Serie A la guardava ancora da lontano.

Alvini, vidi, vici. Il gioco di parole con cui abbiamo iniziato questa settimana funziona perché domenica Alvini ha davvero visto, studiato e battuto il Como. Ma la partita dello Stirpe non deve diventare la misura definitiva del suo lavoro: il valore di un allenatore, soprattutto quando arriva in Serie A con una squadra che non parte con i favori del pronostico, si misura anche quando arrivano le giornate complicate, quando il piano non funziona, quando gli avversari cominciano a prenderti le contromisure e quando il coraggio necessario per giocare come vuoi diventa molto più difficile da trovare.

Ed è proprio lì che spero di vedere ancora Alvini: non soltanto quando il Frosinone sorprende, corre e vince, ma quando arriveranno le partite nelle quali serviranno pazienza, capacità di cambiare qualcosa e magari anche la forza di perdere senza perdere sé stessi.

Perché il bello del suo percorso, fino a questo momento, è che non sembra essere arrivato fin qui per caso. E adesso la speranza è che questa Serie A gli dia finalmente il tempo e lo spazio per dimostrare quanto vale anche quando, inevitabilmente, le cose saranno molto più difficili di domenica.

Credits: Sky Sport

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