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Chi…mi spiega la Serie A? 1 – Milan, quando il possesso diventa pressione.

C’è una cosa di Torino-Milan che continua a tornarmi in mente. Non sono i due gol arrivati in tre minuti nella ripresa, non è la prestazione di Rabiot, entrato dalla panchina e diventato immediatamente decisivo, nemmeno il gran gol di Adams che nel recupero ha riaperto per qualche istante una partita ormai indirizzata. È qualcosa di più semplice: per gran parte della sera il Milan ha avuto il pallone, ma la sensazione più curiosa è arrivata proprio quando quel pallone lo perdeva.

Perché il Torino recuperava e sembrava non avere mai il tempo di decidere cosa farne: un giocatore rossonero arrivava subito, un compagno stringeva, la linea dietro accorciava. Se il primo passaggio riusciva, il secondo diventava già più complicato…alla fine il pallone tornava spesso dalle parti del Milan.

Da qui nasce la domanda: ma il Milan, quando perdeva palla, perché sembrava averla ancora?

La risposta, forse, sta nel modo in cui Amorim ha chiesto alla sua squadra di occupare il campo: il Milan non aspettava di perdere il pallone per cominciare a difendere, la pressione era già pronta mentre la squadra attaccava. La linea difensiva restava molto alta, i giocatori offensivi occupavano la metà campo del Torino e le distanze tra i reparti rimanevano abbastanza corte da permettere alla squadra di aggredire subito la perdita. Non era semplicemente una squadra che attaccava con tanti uomini: era una squadra che sembrava volerli avere lì anche nel momento in cui avrebbe perso il pallone. Le cronache della partita hanno evidenziato proprio il pressing molto alto del Milan e le difficoltà del Torino nell’impostazione dal basso.

E guardando i singoli, il meccanismo si capisce ancora meglio: il Milan partiva con il 3-4-2-1, ma con il pallone la disposizione cambiava parecchio. Chukwueze, sulla destra, aveva grande libertà: poteva restare largo, puntare l’uomo oppure stringere, Cissé faceva più spesso il movimento verso l’interno, mentre Loftus-Cheek cercava gli spazi tra le linee. In mezzo Musah e Jashari davano equilibrio, mentre dietro Gila, De Winter e Pavlović potevano accompagnare molto avanti l’azione. Il risultato era una squadra che occupava parecchio campo e che, quando perdeva palla, non aveva bisogno di fare una lunga rincorsa per tornare a difendere. Era già lì.

Il Torino, invece, aveva un problema che non si vede necessariamente guardando soltanto il possesso: riuscire a trasformare una riconquista in una vera azione. Difendersi contro il Milan era possibile, e infatti per buona parte del primo tempo i granata lo hanno fatto con ordine. Il problema arrivava subito dopo: recuperare la palla non significava automaticamente poter ripartire, perché il Milan continuava a essere vicino, aggressivo e pronto a chiudere la prima soluzione. Così il Torino riusciva a resistere, ma molto meno a respirare. E forse è anche per questo che il primo tempo finisce senza gol e con poche occasioni davvero pulite, nonostante il Milan abbia trascorso parecchio tempo nella metà campo avversaria.

Poi Amorim mette mano alla partita. Al 56′ entrano Modrić e Rabiot, e soprattutto il francese viene portato molto più avanti rispetto alla posizione abituale. Non è un dettaglio secondario: Rabiot diventa una presenza sulla linea dei trequartisti, con la possibilità di arrivare in area senza dover partire da troppo lontano. Modrić, invece, aggiunge qualità nella gestione del pallone e nella capacità di cambiare rapidamente il lato dell’azione.

Poco dopo entra anche Saelemaekers al posto di Cissé e nel giro di tre minuti il Milan segna due volte: prima Musah porta palla in avanti, Rabiot la gestisce e serve Cissé, che ha il tempo di controllare e piazzare il pallone sul secondo palo. Poco dopo Saelemaekers recupera un pallone alto, Modrić lo porta dalla parte opposta e Chukwueze mette dentro un cross sul secondo palo. Rabiot, che nel frattempo ha continuato a correre verso l’area, è lì ad aspettarlo.

Due gol diversi, ma con un’idea comune: il Milan ha già uomini in avanti e può trasformare rapidamente una riconquista o un cambio di gioco in un’occasione.

Per qualche minuto il Milan continua a fare quello che aveva fatto per quasi tutta la partita. Nonostante il doppio vantaggio, resta alto, continua a pressare e impedisce al Torino di uscire con facilità. Poi, intorno al 75′, cambia qualcosa. Il Milan si abbassa, lascia più spazio al possesso del Torino e comincia a difendere dietro la linea del pallone. Una scelta assolutamente comprensibile: hai due gol di vantaggio, le gambe cominciano a pesare e forse è arrivato il momento di proteggere il risultato con qualche metro in più tra te e la porta.

Solo che il Torino, improvvisamente, comincia a giocare: arrivano più palloni nella metà campo rossonera, più giocatori possono accompagnare le azioni e il Milan perde quella capacità di soffocare sul nascere le iniziative avversarie. Njie colpisce il palo, poi il Torino costruisce un’altra occasione e nel recupero Adams trova una splendida girata che porta il risultato sul 2-1. La rimonta non arriva, ma il finale racconta bene quello che era successo prima: quando il Milan aveva smesso di andare a prendere il Torino così lontano, il Torino aveva finalmente trovato il tempo e lo spazio per giocare.

Ed è qui che, secondo me, Torino-Milan diventa più interessante del semplice risultato della prima giornata.

Perché non è una partita che ci dice che il possesso palla è tutto e nemmeno che il pressing alto sia sempre la soluzione migliore. Ci dice piuttosto che, per questo Milan, le due cose sembrano essere strettamente collegate. Portare tanti uomini avanti permette di attaccare, naturalmente, ma permette anche di essere già nella posizione giusta quando la palla viene persa: se la riconquista arriva subito, l’azione offensiva non è mai veramente finita.

È un calcio che comporta un rischio, perché dietro quella pressione c’è spazio ed è proprio qui che il meccanismo diventa interessante: il Milan sembra accettare quel rischio perché vuole giocare il più vicino possibile alla porta avversaria e, soprattutto, vuole provare a recuperare il pallone prima che il Torino abbia il tempo di sfruttare quello spazio.

E allora forse la cosa che mi porto a casa da Torino-Milan non è quanto il Milan abbia avuto il pallone, ma piuttosto il fatto che per buona parte della partita, sembrava sapere già dove sarebbe andato a riprenderlo quando lo avrebbe perso.

Forse è proprio lì che il possesso diventa pressione.

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