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Cosenza Calcio e il teatro dell’assurdo: tifosi e società, una distanza che fa male

A centinaia di chilometri di distanza, lo schermo dello smartphone brucia più del solito. Ogni notifica che arriva da Cosenza non porta con sé l’entusiasmo per un nuovo acquisto o per una schiarita a livello societario, ma soltanto il peso dell’ennesima doccia fredda.

L’ufficialità della cessione al Perugia di Manuel Ricciardi, già girato in prestito alla Juve Stabia lo scorso gennaio e ora definitivamente ceduto, rappresenta l’ultimo tassello in ordine di tempo di un mosaico sconcertante. Sessione dopo sessione, il copione sembra ripetersi: dai saluti dolorosi di Gennaro Tutino alle partenze verso La Spezia di Aldo Florenzi e Simone Mazzocchi, fino ai continui addii dei pezzi pregiati e dei profili più interessanti, la squadra dà la sensazione di essere sistematicamente impoverita, lasciando in molti la percezione di un cantiere perennemente demolito e mai davvero ricostruito.

In questo scenario di continua ricostruzione, il compito che attende il direttore sportivo Lucioni e mister Coppitelli si preannuncia di una durezza estrema. Trovarsi a gestire una rosa infarcita di giovanissimi e scommesse a basso costo significa dover fare i miracoli sul campo, spesso senza la rete di protezione dell’esperienza. Le parole pronunciate dal mister al termine dell’ultima amichevole hanno fotografato con crudo realismo lo stato delle cose: una chiamata alla realtà che suona come un avvertimento su quanto sarà ripida la salita, evidenziando le difficoltà strutturali con cui chi va in panchina e in campo deve fare i conti ogni singolo giorno.

Vivere questo calvario da lontano amplifica il senso di impotenza di fronte a quello che, agli occhi di chi osserva, è ormai diventato un autentico teatro dell’assurdo.

La spaccatura tra la piazza e la gestione guidata dal presidente Eugenio Guarascio e dai vertici societari appare ormai profondissima. Lo si è capito chiaramente durante tutto lo scorso campionato, segnato dalle proteste sulle gradinate del San Vito-Marulla, con interi settori deserti, striscioni di dura contestazione e un’atmosfera d’altri tempi sostituita da un clima gelido e surreale. Una spaccatura profonda, arrivata a coinvolgere persino le istituzioni cittadine nelle discussioni sulla gestione, sulla fruibilità dello stadio e sui nodi legati alle convenzioni dell’impianto.

Ad appesantire un quadro già fragile si sono aggiunte le questioni legate alle condizioni e all’agibilità del terreno di gioco durante i mesi estivi e, soprattutto, l’estenuante querelle sulla mancata cessione del club. Le trattative annunciate, i continui rinvii, le aspettative cresciute e poi rimaste deluse, i cortei di piazza gremiti di tifosi che chiedevano a gran voce una svolta e le successive fumate nere si sono trasformati in una saga estenuante, lasciando dietro di sé rassegnazione e amarezza.

Ed è proprio qui che, forse, si trova il punto centrale della questione. Una società di calcio è certamente una proprietà privata, ma quando rappresenta una città, una storia e generazioni di tifosi diventa inevitabilmente qualcosa di più: un patrimonio emotivo, sociale e identitario che va ben oltre i confini della proprietà. Chi osserva da fuori percepisce con estrema chiarezza questo cortocircuito tra i vertici del club e una città che vive di pane e pallone. La passione dei tifosi rossoblù, viscerale, incondizionata e capace di sfidare la distanza, non può essere considerata un dato scontato o un credito infinito.

Quella passione merita risposte e chiarezza, merita un progetto che possa essere valutato, condiviso o anche contestato, ma che sia finalmente riconoscibile.

Perché il punto non è pretendere miracoli o grandi nomi a ogni sessione di mercato. Il punto è capire quale sia la direzione. È sapere dove si vuole portare il Cosenza, con quali mezzi e con quale programmazione. E quando questa chiarezza viene meno, il malcontento non può essere liquidato semplicemente come una reazione emotiva della tifoseria: è il termometro di un rapporto che, da troppo tempo, appare deteriorato.

Il Cosenza non è soltanto una squadra che scende in campo la domenica. È appartenenza. È memoria. È identità. È una parte della vita di migliaia di persone che continuano a seguirla anche quando sarebbe più semplice voltarsi dall’altra parte.

Per questo la storia del Cosenza Calcio e la dignità di chi lo ama meritano finalmente trasparenza, programmazione e, sopra ogni altra cosa, RISPETTO.

Crediti video: YouTube – Pippo Gatto

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